Manovra 2026: perché sindacati e lavoratori preparano uno sciopero

La manovra economica 2026-2028 rappresenta uno dei provvedimenti fiscali più controversi degli ultimi anni, proprio per il contrasto netto tra le promesse di alleggerimento fiscale e le reali conseguenze per i redditi di fascia media e bassa. Approvata dal governo Meloni, questa manovra stanzia circa 18 miliardi di euro annui in misure espansive, inclusi tagli all’IRPEF, incentivi salariali e agevolazioni per le imprese. Tuttavia, sindacati e organizzazioni dei lavoratori denunciano una distribuzione squilibrata dei benefici, un’insufficiente copertura per i veri bisogni sociali e la quasi totale assenza di investimenti pubblici, elementi che hanno portato alla proclamazione di uno sciopero generale fissato per il 12 dicembre 2025.

La struttura della manovra economica 2026-2028

La manovra economica 2026-2028 si basa su un delicato equilibrio tra misure di espansione fiscale e tagli di spesa per mantenere il deficit sotto controllo rispetto alle regole europee. Nel 2026, le coperture sono praticamente equivalenti alle misure espansive, mentre nei due anni successivi il governo prevede un leggero aumento del deficit, pari allo 0,2% del PIL, sfruttando lo spazio consentito dalle norme europee sul bilancio pubblico.

I pilastri delle misure espansive

Le misure espansive si concentrano su tre ambiti principali. In primo luogo, il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro, una riforma che vale quasi 9 miliardi nel triennio e che il governo presenta come intervento sul “ceto medio”. Tale riduzione comporta un beneficio massimo di circa 440 euro annui, con il vantaggio che tuttavia si riduce progressivamente per i redditi più alti e si azzera completamente sopra i 200.000 euro.

In secondo luogo, gli incentivi agli adeguamenti salariali, con uno stanziamento di 2 miliardi nel 2026. Qui il governo introduce una “flat tax” al 5% nel settore privato sugli aumenti contrattuali, rivolta a lavoratori con redditi fino a 28.000 euro, applicabile ai contratti firmati entro il 2028. Parallelamente, viene ridotta dal 5% all’1% la tassazione sui premi di produttività ai dipendenti, includendo anche gli straordinari notturni e festivi.

Infine, le misure per le imprese, ammontano a 2,6 miliardi nel 2026, 1,6 miliardi nel 2027 e 900 milioni nel 2028. Queste comprendono gli incentivi per le Zone economiche speciali, la “Legge Sabatini” e il ritorno a un sistema di maggiorazione degli ammortamenti, preferito dalle aziende rispetto ai precedenti incentivi per la transizione ecologica.

Il finanziamento della sanità e delle politiche sociali

Risorse al Servizio sanitario nazionale

Il finanziamento al Servizio sanitario nazionale ammonta a 2,4 miliardi nel 2026, 2,7 miliardi nel 2027 e 2,7 miliardi nel 2028, cifre che si aggiungono ai 5 miliardi già stanziati nella Legge di Bilancio 2025 per il 2026. Nonostante l’importo apparentemente significativo, le organizzazioni sanitarie sostengono che rimane insufficiente per affrontare le crescenti esigenze del sistema e i costi dell’invecchiamento demografico.

Misure per pensioni e sostegno alle famiglie

Per le pensioni sono previsti 300 milioni nel 2026, salendo a 1,8 miliardi nel 2027 e 1,1 miliardi nel 2028. L’Ape sociale riceve 200 milioni nel 2026 e 300 milioni nel 2027-2028. Per il sostegno alle famiglie in difficoltà economica, la manovra destina 500 milioni annui per contributi all’acquisto di alimentari e 400 milioni nel 2026 per l’esonero contributivo a favore delle madri. Le modifiche all’ISEE ricevono 500 milioni all’anno, mentre la spesa sociale complessiva per famiglie scende a 1,9 miliardi nel 2026, decrescendo negli anni successivi.

Le coperture e i tagli di spesa

I meccanismi di copertura della manovra

Le coperture della manovra si basano su diversi meccanismi di entrate, sia da misure fiscali che da rimodulazioni di spesa. Misure a carico delle banche ammontano a 2,9 miliardi nel 2026, 3,8 miliardi nel 2027 e 1,8 miliardi nel 2028, con un aumento di due punti percentuali dell’IRAP per banche (dal 4,65% al 6,65%) e assicurazioni (dal 5,90% al 7,90%).

Inoltre, sono previste misure fiscali a carico delle imprese per 2,9 miliardi nel 2026, 2,1 miliardi nel 2027 e 1,7 miliardi nel 2028, insieme all’emersione dell’IVA e maggiori accise per 800 milioni annui. Un aumento dell’aliquota sulla cedolare secca al 26% sui contratti d’affitto del primo immobile colpisce chi si affida a intermediari immobiliari, mentre rimane al 21% per gli affitti gestiti direttamente.

Gli elementi di spending review

I tagli riguardano una rimodulazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per 5,1 miliardi nel 2026, 700 milioni nel 2027 e 400 milioni nel 2028. Viene inoltre avviata una “spending review” (riduzione della spesa dei ministeri) per 1,5 miliardi nel 2026, 2,5 miliardi nel 2027 e 2,7 miliardi nel 2028. L’università subisce tagli di 100 milioni a partire dal 2028, mentre altre spese non specificate vengono ridotte di 200 milioni nel 2026 e 400 milioni nel 2027-2028.

Le ragioni dello sciopero generale del 12 dicembre

La critica sindacale sulla distribuzione dei benefici

Le organizzazioni sindacali contestano fermamente la manovra economica 2026-2028 soprattutto per la distribuzione squilibrata dei benefici, che favorisce principalmente i redditi più alti e i profitti aziendali. I sindacati sottolineano che il taglio IRPEF, sebbene dichiarato come intervento sul “ceto medio”, concentra i vantaggi maggiori nelle fasce di reddito superiore, mentre chi guadagna meno continua a subire la pressione fiscale più elevata in proporzione al proprio reddito.

La flat tax al 5% sui rinnovi contrattuali, pur rappresentando un incentivo teoricamente positivo, non costituisce un reale aumento salariale reale nei salari lordi: si tratta solo di una riduzione d’imposta su aumenti che frequentemente non raggiungono nemmeno l’inflazione. Inoltre, l’incentivo scade progressivamente (da 2 miliardi nel 2026 a 245 milioni nel 2028), segnalando che il governo non intende dare continuità alla misura oltre il breve termine.

La mancanza di investimenti pubblici e di visione strategica

Un secondo motivo di protesta riguarda l’assenza quasi totale di investimenti pubblici veri e propri. Mentre la manovra rimodula il PNRR e taglia spesa pubblica corrente, non prevede iniziative strutturali per la creazione di occupazione stabile, il miglioramento delle infrastrutture, il rafforzamento della ricerca scientifica o la transizione ecologica. I tagli all’università, in particolare, preoccupano le organizzazioni rappresentative degli studenti e dei docenti.

Inoltre, le misure di sostegno sociale rimangono circoscritte: i contributi per l’acquisto di alimentari, sebbene utili, rappresentano un palliativo temporaneo piuttosto che una soluzione strutturale alla povertà energetica e alimentare che colpisce sempre più famiglie italiane.

L’impatto sulla contrattazione collettiva e sul lavoro

I sindacati evidenziano che la flat tax del 5% non sostituisce la necessaria crescita salariale conseguita tramite la contrattazione collettiva. Anzi, il rischio è che il governo utilizzi questa misura come scusa per scoraggiare ulteriori rivendicazioni di aumento nei salari nominali, considerando l’incentivo fiscale come “compenso” sufficiente. Nel frattempo, il potere d’acquisto reale dei salari continua a erodere a causa dell’inflazione e dell’aumento dei costi energetici, abitativi e dei servizi essenziali.

L’impatto per i diversi ceti sociali

I beneficiari e i penalizzati della manovra

Il beneficio fiscale massimo di circa 440 euro annui per chi percepisce redditi tra 28.000 e 50.000 euro rappresenta poco più di 36 euro al mese, una cifra che difficilmente compensa l’inflazione cumulata e l’aumento delle bollette energetiche negli ultimi anni. Invece, coloro che guadagnano meno di 28.000 euro rimangono esclusi dal taglio IRPEF principale, beneficiando solo della flat tax su eventuali aumenti contrattuali, sempre che questi vengano effettivamente negoziati.

Al contrario, le misure a carico delle banche e di nuove tassazioni sugli immobili toccano anche la classe media risparmatrice e proprietaria di case, amplificando il senso di ingiustizia distributiva. Le piccole imprese e i lavoratori autonomi non vedono benefici specifici significativi, a eccezione dei soliti incentivi per le zone economiche speciali, che hanno raggio d’azione geograficamente limitato.

Il ruolo dell’Assegno di inclusione e le lacune nel welfare

La manovra non affronta adeguatamente il problema del “buco” dell’Assegno di inclusione, che dopo 18 mesi prevede una sospensione temporanea del beneficio. Il governo valuta la possibilità di coprire questo costo (stimato a circa 500 milioni annui), ma non ha ancora deciso se farlo, lasciando migliaia di famiglie in condizione di incertezza economica. Questa lacuna rappresenta un grave deficit di protezione sociale, proprio quello che i sindacati intendono denunciare nello sciopero del 12 dicembre.

Verso lo sciopero generale del 12 dicembre

Cosa chiedono i sindacati

I sindacati hanno indetto lo sciopero generale per il 12 dicembre 2025 con una chiara agenda reivindicativa: aumenti salariali reali e non meramente fiscali, maggiori investimenti pubblici in sanità, scuola e ricerca, revisione della distribuzione fiscale verso una maggiore progressività, e stabilizzazione del welfare per i ceti vulnerabili. Chiedono inoltre una vera transizione ecologica con creazione di posti di lavoro “verdi” stabili, non semplici incentivi a breve termine.

Le settimane decisivi fino al 12 dicembre

Nel periodo che precede lo sciopero, il dibattito pubblico si concentrerà sulla effettiva capacità della manovra di supportare la crescita economica e l’occupazione. I sindacati riporteranno dati e studi per dimostrare come i tagli pubblici e l’assenza di visione strategica rischiano di frenare la ripresa, mentre il governo difenderà le proprie scelte sottolineando i vincoli di bilancio europei e la necessità di ridurre il debito pubblico.

La mobilitazione sindacale rappresenta una risposta politica alle percezione di iniquità nella distribuzione dei sacrifici e dei benefici: se il governo chiede sacrifici ai lavoratori tramite i tagli pubblici e l’assenza di protezione sociale, allora anche le imprese e i redditi da capitale devono contribuire equamente, il che la manovra non fa nella misura richiesta dai sindacati.

Conclusione: una manovra in bilico tra vincoli europei e esigenze sociali

La manovra economica 2026-2028 riflette il difficile equilibrio tra le regole fiscali europee e le istanze di protezione sociale della popolazione italiana. Da un lato, il governo ha cercato di mantenere il deficit contenuto e di offrire alcuni benefici fiscali alle famiglie e agli investimenti imprenditoriali. Dall’altro, la sua struttura rende evidenti le priorità: protezione del bilancio pubblico, riduzione del carico fiscale per i redditi medio-alti e incentivi alla produzione piuttosto che protezione del welfare, creazione di posti di lavoro stabili pubblici e aumento reale dei salari.

Lo sciopero generale del 12 dicembre non rappresenta dunque una semplice protesta settoriale, bensì un momento di verifica democratica sulla legittimità della scelta governativa di privilegiare l’austerità fiscale rispetto agli investimenti pubblici e alla redistribuzione. I sindacati, le organizzazioni della società civile e i lavoratori stessi avranno modo di esprimere, nelle vie delle città italiane, il proprio giudizio su una manovra che, pur contenendo elementi positivi, risulta principalmente orientata al controllo del deficit piuttosto che alla crescita inclusiva e sostenibile dell’economia italiana.

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